Lo scrittore tedesco visitò la Sicilia tra il 02 aprile e il 15 maggio del 1787. Viaggio minimamente descritto nel suo famoso diario “Italienische Reise”. Nella città della Valle dei Templi soggiornò dal 23 al 27 aprile. In via Atenea una lapide sul settecentesco Palazzo Celauro, che lo ospitò, ne ricorda il suo soggiorno.
Girgenti allora non possedeva ancora un albergo; così lo scrittore, insieme al suo compagno di viaggio, il giovane pittore Kniep, trovano ospitalità presso una famiglia benestante che mise a loro disposizione due grandi stanze. Una semplice porta in legno verde li separava dal resto della famiglia, scrive Goethe. Così che quando una sera rientrando li trovano tutti affaccendati a preparare maccheroni di varie forme, non possono fare a meno di restarne incuriositi e affascinati:
“Ci siamo seduti accanto a quelle graziose creature, ci siamo fatti spiegare le varie operazioni ed apprendemmo che quella specie di pasta si fa del frumento migliore e più duro, detto grano forte […] Questa pasta si paga al più caro prezzo quando […] viene attorta su se stessa dalle affusolate dita delle ragazze in forma di chiocciole.”
E poi a conclusione della serata “Ci hanno imbandito dei maccheroni squisiti […] la pasta che abbiamo gustato mi è sembrata per candore e delicatezza di gusto, senza rivali.”
Si direbbe probabilmente la prima cooking class tenuta a dei turisti stranieri ad Agrigento!
In realtà tutto il viaggio di Goethe in Sicilia fu un fulgido esempio di turismo esperienziale.
Goethe fu l’unico tra i viaggiatori del Settecento ad attraversare l’interno della Sicilia. Fu spinto a questa scelta dal desiderio di vedere gli sterminati campi di grano che hanno fatto la fama della Sicilia quale granaio di Roma. Una scelta pagata con innumerevoli disagi che gli fecero però sperimentare il modo di vivere dei siciliani. A Caltanissetta dovettero pulire e poi aggiustare da sé l’arredamento di una stanza con l’aiuto di un falegname; per il pranzo fu necessario procurarsi una gallina e cercare qualcuno che mettesse focolare e stoviglie a disposizione; nelle osterie di Enna appresero a mondare e mangiare cardi e carciofi crudi; su strada dovettero sperimentare il singolare guado delle fiumare in braccio a nerboruti uomini di mestiere…
Lo stesso autore commenta poi queste esperienze con una frase che sembra l’essenza stessa del turismo esperienziale:
“Che se del mio pellegrinaggio ho anche sofferto poco i molti disagi, gli è che in questa terra mi sono trovato in una così poetica disposizione di spirito, che mi ha permesso di far tesoro di tutto e di custodire in me, come in un’urna di gioia, ciò che ho provato, ciò che ho veduto, ciò che mi è accaduto”.
Sara Chiummo




