Il crollo del regime fascista e la liberazione dall’occupazione nazista non avvenne in tutta Italia in un unico momento. Quando il 25 aprile 1945 le città del Nord ancora occupate insorsero in un ultimo sforzo congiunto, quelle siciliane erano fuori dalle azioni militari da quasi due anni, cioè dall’inizio della Campagna d’Italia.

Nell’ambito del secondo conflitto mondiale, Agrigento visse le sue giornate più tragiche tra l’8 ed il 16 Luglio 1943 quando, dopo giorni di scontri, accerchiata dagli Americani, capitolò, divenendo dopo Siracusa il secondo capoluogo di provincia ad essere dichiarato “occupato”.

Fino a quel momento gli effetti distruttivi della guerra si erano fatti sentire poco in quest’area della Sicilia ma, nel piano di Liberazione dell’Italia, la Città dei Templi col vicino Porto Empedocle, si trovò ad occupare una posizione strategica per l’avanzamento delle truppe alleate verso la conquista di Palermo e della parte Occidentale dell’isola.

Tra il giorno 8 ed il 10 Luglio due incursioni dell’aviazione alleata avevano interessato un’area compresa tra il Viale della Vittoria e la Rupe Atenea. Si voleva certamente colpire obiettivi militari, ma anche demoralizzare la popolazione, esasperata dalla miseria e dalle privazioni, per spingerla a collaborare.

 

SBARCO

 

Il Lunedì 12 Luglio, l’invasione della Sicilia, detta in codice “Operazione Husky” era in corso da appena due giorni. Gli anglo-americani, sbarcati sulla costa meridionale lungo un ampio fronte che andava da Licata a Siracusa, si stavano muovendo con due distinte unità operative.

Mentre ad Est l’Ottava armata britannica, comandata dal Gen. Montgomery, avendo già conquistato Siracusa, procedeva verso Catania per arrivare nel minor tempo possibile a Messina ed impedire alle forze dell’Asse l’attraversamento dello Stretto, la Settima Armata statunitense guidata dal Gen. Patton, nel tentativo di proteggerle il fianco sinistro, affrontava i nemici a Gela e Licata per spingerli verso Nord e liberare le principali vie di comunicazione interne.

Sul fronte italiano, le divisioni costiere della Sesta Armata, comandata dal Gen. Guzzoni, non erano riuscite ad opporsi in maniera efficace agli invasori che pertanto, con danni minimi ed in tempi brevi, stavano occupando o distruggendo gli obiettivi stabiliti.

 

AEREI IN VOLO

 

Fu probabilmente nel tentativo di centrare la caserma Crispi o forse un treno carico di munizioni, che in quella calda mattinata del 12 Luglio, il centro di Agrigento fu bersagliato da una pioggia di bombe scaricata dai bombardieri americani.

I preziosi Templi della Valle, che in via preventiva erano stati scrupolosamente protetti dall’allora soprintendente P. Griffo, non furono interessati.

Furono invece ridotti in macerie diversi quartieri a ridosso della Stazione Centrale: da via Pirandello e via Atenea a Piazza Ravanusella, dal Viale della Vittoria alla via S. Girolamo. Ingenti danni subirono il Monastero di Santo Spirito e la Chiesa di San Francesco con l’ex convento adiacente, che rimase quasi completamente distrutto.

 

LAPIDE 3

 

Il prezzo più alto lo pagarono però i cittadini che contarono più di 300 morti e diversi dispersi. L’evento risultò ancora più doloroso per il fatto che la maggior parte delle vittime rimase asfissiata proprio all’interno di un rifugio dove erano riuscite a trovare ricovero ed il cui ingresso, protetto da sacchi di sabbia in funzione antischegge, venne malauguratamente centrato dai proiettili.

Oggi, ne conservano la memoria solo pochissimi anziani o quanti dai propri genitori o nonni hanno potuto ascoltare le commoventi testimonianze di quei giorni così intensamente intrisi di emozioni contrastanti.

Agli osservatori più attenti che attraversano le stradine del centro città, non possono però sfuggire le diverse lapidi, poste a ricordo dei caduti nei luoghi più colpiti, che invitano a non dimenticare.

 

Lapide commemorativa
Perché ogni testimonianza degli orrori di quella guerra non smetta di far maturare il rifiuto di ogni guerra.

 

Mirella Salvaggio

 

 

 

 

 

 

 

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